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"Difendere le donne afghane è aiutare la metà del mondo", sull'Eco di Bergamo l'intervento di M.B. Stasi, Dg Asst Papa Giovanni XXIII

19/08/2021
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In questi giorni provo un senso di profondo dolore pensando alla vicenda afghana e in particolare per il destino tragico che attende le donne in quel Paese. Penso che certe vicende valutate con gli occhi di una donna appaiano ben più terribili rispetto allo sguardo "generico" del mondo; è così quando si parla di violenza sulle donne, di discriminazione verso le donne, del trattamento spesso riservato alle donne sui social da tanti leoni da tastiera che ne giudicano il corpo, le frequentazioni o l'avvenenza. Una donna conosce bene cosa può aspettarsi da chi la vuole offendere, denigrare o umiliare. Ci sono "tecniche" che agli uomini vengono generalmente risparmiate e la cronaca è piena di esempi sulla strada che, anche nel "moderno Occidente", le donne devono ancora compiere verso una piena realizzazione e per ottenere nei fatti pieno rispetto.

Ma questo è poca cosa se confrontato con quanto si prospetta in Afghanistan.

Proviamo a immaginare gli ul­timi vent' anni in cui le donne afghane sono uscite dal terrore (chi non ha letto "Mille splendidi soli"?). Hanno tolto il burka, han­no potuto uscire di casa senza l'obbligo di essere accompagnate da un uomo, pena la fustigazione, hanno potuto guidare, hanno po­tuto andare a scuola, hanno potu­to lavorare, hanno potuto curarsi e a loro volta curare come dotto­resse, infermiere...hanno potuto vivere. Di colpo tutto questo ri­schia di essere annientato, niente scuola, niente lavoro, niente au­tonomia da un uomo, niente di niente. È come se le donne italia­ne venissero catapultate a prima del 1946 (niente voto alle donne), al delitto d'onore, alla violenza sessuale come delitto contro la morale anziché contro la persona. Anzi peggio, perché alle donne è riservato un ruolo riproduttivo o come si legge in questi giorni di "premio" o "balocco" per i com­battenti. Un'umiliazione che po­ne le donne a livello inferiore; peraltro anche ad altre latitudini ser­peggia sempre la tentazione di ricacciare indietro le donne quando mostrano troppa autono­mia.

Dopo anni di battaglie delle donne, di pompose dichiarazioni da più parti sulla parità, sui diritti, sulla dignità, colgo oggi un silen­zio assordante. Colgo grande im­barazzo della politica, mentre noi siamo qui, le donne afghane sono là, forse nascoste, forse in piedi e con il petto in fuori per un ultimo sussulto di vita. Perfino nelle sce­ne agghiaccianti di uomini affol­lati all'aeroporto per tentare la invisibili. fuga non c'era l'ombra di una don­na. Forse a loro è negato anche il diritto di tentare la fuga.

Il dolore che provo è grande e questa questione ci riguarda tutti, anzi direi che ci riguarda tutte. Perché la debolezza di tante don­ne in quella parte di mondo rende più deboli tutte noi, anche quelle che a queste latitudini hanno avu­to istruzione, carriera, famiglia e ricoprono ruoli importanti nella società. Ecco un bel cimento per chi vuole battersi per i diritti civi­li. Tante battaglie meritano di es­sere compiute, ma credo che la prima sia quella che riguarda ben metà dell'umanità: le donne.

A breve in un luogo del mondo le bambine verranno costrette a sposarsi, non avranno istruzione, non potranno aspirare a una pro­fessione. I corpi delle donne ver­ranno mortificati, non risuone­ranno le risate delle donne tanto belle quando ridono tra loro. Per­fino i tacchi non risuoneranno perché le donne dovranno essere invisibili.

Se tutto ciò può succedere in una parte di mondo, il cancro può estendersi ad altre parti del mon­do, difendere le donne afghane significa difenderle tutte. Che la politica trovi la strada, che l'umanità si accorga che metà di essa è donna.

Maria Beatrice Stasi

Direttore generale
Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo

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