Diabete tipo 2, nel Lazio numeri in aumento: e sistema sanitario regionale con competenze cliniche e risorse di valore

La Regione Lazio è capace di garantire un percorso per il diabete di tipo 2 omogeneo, equo e pronto a integrare l’innovazione? Ci sono competenze cliniche, con punte di eccellenza, e la rete diabetologica è diffusa e competente. Ci sono riferimenti programmatori e strumenti informativi importanti, risorse tecnologiche ed esperienze locali di valore. Tuttavia, persiste una distanza da colmare tra architettura prevista e funzionamento quotidiano. L’applicazione dei percorsi appare non uniforme, con margini di miglioramento sul terreno delle garanzie di accesso, del raccordo tra specialistica e medicina generale e, nel complesso, della continuità della presa in cura.

Queste alcune delle evidenze emerse dai risultati contenuti nella Survey regionale e integrate dalle riflessioni sviluppate negli interventi dei principali attori del sistema sanitario laziale nel corso dell’evento La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2, promosso da FIASO – Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care, che si è tenuto a Roma questa mattina.

Il diabete di tipo 2 è una delle maggiori sfide sanitarie ed economiche per i sistemi sanitari di tutto il mondo. Nonostante l’ingresso di modelli organizzativi strutturati come i PDTA, nuove molecole in grado di proteggere cuore, rene e fegato, bersagli della malattia diabetica, e avanzate tecnologie digitali, una quota significativa di pazienti non raggiunge il controllo glicemico raccomandato. Molteplici le cause: dai ritardi diagnostici a un’insufficiente integrazione ospedale-territorio, da interventi terapeutici più intensivi ritardati ad un accesso disomogeneo ai percorsi e all’innovazione.

Criticità sistemiche che interessano diversi sistemi sanitari regionali italiani, riducendo di fatto la capacità del Servizio Sanitario di gestire in maniera appropriata e tempestiva la cronicità diabetica.

È in questo contesto che FIASO ha voluto promuovere il progetto “La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2”, che si articola in cinque tappe regionali (la prima ha toccato la Puglia, la seconda l’Emilia-Romagna, oggi la terza nel Lazio, cui seguiranno Veneto e Toscana) che vedono il coinvolgimento di rappresentanti della comunità scientifica e professionale, Associazioni dei pazienti, decisori regionali e direzioni delle aziende sanitarie. Il percorso si concluderà con una Giornata nazionale di sintesi, a Roma, il 3 dicembre 2026 presso il Ministero della Salute.

«Di fronte ai numeri del diabete – spiega Giuseppe Quintavalle, Presidente FIASO e Direttore generale della ASL Roma 1 – la domanda che dobbiamo porci come manager della sanità italiana è “come possiamo far funzionare meglio il sistema che si prende cura delle persone che si misurano con questa cronicità”. Noi siamo convinti che strumenti come i PDTA siano particolarmente utili, perché ci consentono di garantire l’attenzione più adeguata a tutte le fasi del percorso di presa in cura, a cominciare dalla prevenzione. Assicurano, inoltre, le risposte più corrette in termini di appropriatezza di ciò che mettiamo a disposizione dei cittadini e ci permettono di intervenire, per tempo, sulla aderenza, tanto diagnostica che terapeutica. E poi siamo in una fase nuova della vita del SSN, con le nuove Case della comunità, che potrebbero giocare un ruolo rilevante per questa come per altre cronicità, e con la disponibilità crescente di strumenti digitali e di telemedicina, che aprono spazi enormi alle possibilità del sistema di essere più efficace in termini di medicina di iniziativa, continuità e prossimità, grazie anche alla integrazione dei monitoraggi da remoto. Il progetto su diabete di tipo 2 e readiness del SSN – prosegue Quintavalle – nasce da tutte queste considerazioni: vogliamo costruire, insieme alle reti regionali di FIASO, ai principali stakeholder e alla intera comunità diabetologica un framework di analisi e di governance che misuri la reale capacità – la readiness, appunto – del sistema di applicare percorsi di presa in cura di qualità, equi e sostenibili e faccia emergere le tante buone pratiche esistenti. L’obiettivo finale è tradurre tutto questo in indicazioni operative, immediatamente utilizzabili da aziende sanitarie e decisori, ai diversi livelli, guardando alle specificità del Diabete di tipo 2, ma anche ai suoi aspetti paradigmatici, che potrebbero consegnarci, questa è la nostra ambizione, un modello di intervento valido anche per altre cronicità».

Il Lazio ha da tempo un modello di presa in carico delle persone con diabete di tipo 2 basato sulla gestione integrata tra medicina generale e specialistica diabetologica. Il paziente con diabete di tipo 2 stabile viene seguito prevalentemente dal medico di medicina generale, mentre la diabetologia si concentra sui pazienti complessi, instabili o con complicanze. Le opportunità offerte dalla nuova organizzazione territoriale prevista dal DM 77, con le AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali), le Case della Comunità, gli infermieri di famiglia e di comunità, la specialistica territoriale, insieme alla telemedicina dovrebbero accelerare il passaggio da un approccio basato sulla logica prestazionale a una presa in carico più proattiva.

L’epidemiologia del diabete, in particolare quello di tipo 2, non è facile da definire. Patologia cronica, a insorgenza subdola e sovente “a gradini”, comporta spesso una diagnosi tardiva, tant’è che in Italia si stima che circa un milione e mezzo di persone siano affette da diabete, ma non ne siano a conoscenza (Documento degli Stati generali sul Diabete 2024). Il ritardo diagnostico aggrava le complicanze, peggiora la qualità della vita e aumenta i costi sanitari. Per questi motivi, la prevenzione è essenziale, e per prevenire in maniera efficace bisogna essere in grado di individuare i pazienti a maggior rischio (stratificazione del rischio) e focalizzarsi su queste fasce di popolazione.

«Nel Lazio, grazie alla disponibilità dei sistemi informativi sanitari come il sistema informativo ospedaliero, la farmaceutica territoriale, il registro delle esenzioni, riusciamo a identificare i casi di patologia e stimare il numero di pazienti diabetici. Il dato più recente al 1° gennaio 2024 (Fonte: DEP), contava circa 328.000 residenti assistiti nella Regione affetti da diabete di tipo 2, con una prevalenza intorno al 5,7% sulla popolazione generale – afferma Anna Acampora, Dipartimento di Epidemiologia del SSR, Regione Lazio. – La percentuale di prevalenza è molto vicina alla media nazionale che, secondo dati ISTAT (2023), si attesta al 6,2%, più o meno in linea con il dato delle regioni del Centro Italia. Nell’ultimo decennio la prevalenza del diabete di tipo 2 nel Lazio è progressivamente aumentata, a differenza di altre patologie croniche che hanno registrato lievi deflessioni. La prevalenza aumenta con l’età: nella popolazione adulta over 35 è dell’8,3%, arriva al 16% oltre i 65 anni e al 18% tra i 75 e gli 85. Il paziente con diabete di tipo 2 dovrebbe eseguire una serie di esami di monitoraggio annuali. Secondo i dati dei sistemi informativi, nel 2024 il 56% dei pazienti ha eseguito la misurazione dell’emoglobina glicata almeno una volta, il 67% ha misurato la colesterolemia almeno una volta, il 33% ha misurato la microalbuminuria, e solo il 21% ha eseguito almeno una visita oculistica con valutazione del fondo oculare. In totale, nel 2023, sono stati 2.000 i ricoveri per diabete, corrispondenti a un tasso di 32,5 per 100.000 residenti, con un andamento in discesa fino al 2021 e una lieve risalita negli ultimi anni (Fonte: Open Salute Lazio); i ricoveri per le ospedalizzazioni dovute a complicanze a breve e lungo termine del diabete di tipo 2, sono stati circa 1.000 nel 2024; in totale i decessi imputabili a diabete mellito sono stati 2.200 (anno 2020), che rendono ragione del 75% dei decessi per malattie endocrine immunitarie».

Il sistema sanitario laziale di presa in cura delle persone con diabete di tipo 2 mostra una certa distanza tra il modello disegnato dai riferimenti programmatori e quanto effettivamente implementato, soprattutto per quanto riguarda la continuità del percorso assistenziale: secondo la Survey regionale presentata questa mattina, accesso, follow-up e raccordo tra medicina generale e specialistica non risultano sempre garantiti nei diversi setting assistenziali e contesti territoriali.

La Survey è il terzo tassello di un percorso più ampio, che punta ad identificare gap, vulnerabilità, capacità di integrare l’innovazione, livello di raccordo tra setting assistenziali, modelli organizzativi replicabili, bisogni di ottimizzazione dei percorsi e criteri preliminari di readiness rispetto al Diabete di tipo 2 dei sistemi sanitari nelle cinque Regioni prese in considerazione.

A questo scopo è stato adottato un approccio multi-stakeholder, che ha coinvolto gli specialisti, le Società scientifiche, le Associazioni dei pazienti, i medici di medicina generale, le professioni sanitarie e il management delle direzioni sanitarie. Otto i domini interessati dall’analisi: governance/PDTA, integrazione ospedale-territorio, innovazione terapeutica, accessibilità/equità, digitalizzazione, monitoraggio degli esiti, professionalità e patient engagement.

Dall’analisi dei dati per il Lazio emerge un sistema con un livello di readiness (ossia di capacità complessiva di risposta) intermedia, con una componente clinica più matura rispetto a quella organizzativa e informativa.

Non mancano i punti di forza: la competenza della rete diabetologica, l’attenzione all’appropriatezza e alla protezione cardiovascolare e renale, l’assistenza multiprofessionale e l’educazione terapeutica, la disponibilità della cartella clinica informatizzata, oltre che alcune esperienze locali di successo nel coordinamento dell’accesso. Elementi a partire dai quali si può puntare sul consolidamento del sistema.

Le criticità riguardano soprattutto l’applicazione non uniforme dei percorsi; il raccordo ancora inadeguato tra medicina generale e specialistica; alcuni passaggi del percorso di presa in cura non sufficientemente presidiati, come per esempio il ritorno del paziente stabile al territorio. A queste si aggiungono ostacoli amministrativi, difficoltà di accesso, barriere geografiche, sociali e digitali. Si rileva, inoltre, una disponibilità discontinua di alcune figure professionali, come infermieri e dietisti.

Il patrimonio informativo è significativo, ma va valorizzato maggiormente: la presenza di una cartella condivisa non assicura, da sola, uno scambio completo di informazioni, né il loro utilizzo sistematico per governare il percorso.

«Il Lazio dispone di competenze e strumenti importanti per la gestione del diabete di tipo 2: la sfida è tradurre questo patrimonio in un percorso continuo, accessibile e riconoscibile per ogni persona, rafforzando il raccordo tra servizi e verificando i risultati anche attraverso l’esperienza dei pazienti – commenta Angela Ianaro, Osservatorio Innovazione Motore Sanità, Professoressa Ordinaria di Farmacologia, Università degli Studi di Napoli, Federico II. – La priorità è rendere verificabile l’attuazione del percorso attraverso criteri comuni di ingresso, responsabilità chiare, un piano assistenziale condiviso, controlli programmati e canali tempestivi di riaccesso. Occorre rafforzare l’accordo operativo tra medicina generale e diabetologia e garantire tempo e risorse alle funzioni infermieristiche, nutrizionali ed educative. Un secondo ambito riguarda l’integrazione e la qualità dei dati, per misurare accesso, continuità, esiti ed esperienza della persona e orientare le decisioni organizzative. Vanno anche affrontate le barriere che penalizzano i pazienti più fragili e reso stabile e tempestivo il coinvolgimento delle associazioni nella progettazione e nella valutazione dei servizi. Le esperienze locali promettenti possono guidare questo lavoro, verificandone risultati e condizioni di trasferibilità».

Negli ultimi anni è in atto un acceso dibattito della comunità scientifica e medica sulla necessità di un cambio di paradigma nella cura del diabete di tipo 2, che sposti l’attenzione dall’acuzie alla prevenzione e alla diagnosi precoce, con un utilizzo anticipato nella sequenza terapeutica dei farmaci di ultima generazione. Il Congresso EASD 2026, svoltosi di recente a Milano, si è concluso con le nuove indicazioni del consensus ADA/EASD per la gestione del diabete di tipo 2 che raccomandano di anticipare l’utilizzo di incretine già al momento della diagnosi e di utilizzare gli analoghi del GLP-1 e i doppi agonisti, che diventano parte centrale del trattamento farmacologico, combinati alle opzioni di prima linea, con l’obiettivo di raggiungere una maggiore efficacia sul piano metabolico e della protezione di cuore, reni e fegato, organi bersaglio della malattia diabetica.

«È risaputo che anche le persone con un diabete ben controllato dal punto di vista metabolico hanno comunque un elevato rischio di eventi cardiovascolari e renali – dichiara Andrea Giaccari, Professore Associato di Endocrinologia Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore Centro di Malattie Endocrine e Metaboliche, Fondazione Policlinico Università A. Gemelli IRCCS di Roma.
– L’utilizzo di questi nuovi farmaci permette di prevenirli al di là del controllo della glicemia. Prima si trattava il diabete per ottenere un buon controllo glicemico, il cosiddetto treat target, con il raggiungimento target dell’emoglobina glicata, ora si parla di treat benefit, cioè di una terapia che permette al paziente di beneficiare degli effetti positivi di questi farmaci innovativi. Il problema è che i nuovi farmaci sono molto costosi e la Regione vuole far sì che vengano utilizzati adeguatamente; a tal fine, la regione Lazio ha impiantato uno stretto monitoraggio affinché queste opportunità terapeutiche siano riservate a chi ne ha effettivamente bisogno».

L’innovazione terapeutica spinge la spesa farmaceutica a nuovi record, trainata dalle classi innovative di antidiabetici, il cui utilizzo, più costoso all’inizio, genera tuttavia un incremento di efficacia e una riduzione dei costi associati a complicanze, anche se a fronte di un maggior costo del trattamento non compensato dai costi evitati.

«Le ultime evidenze sul costo sociale del diabete di tipo 2 risalgono al 2016 e ci dicono che tale costo è pari a poco più di 20 miliardi di euro in Italia. Il 46% dei costi è a carico del sistema sanitario e il 54% sono costi diretti non sanitari e costi collegati alla perdita di produttività dei pazienti. Lo stesso studio evidenzia come il 10% dei costi sociali sia associato alla gestione della malattia metabolica e ben il 90% alle complicanze del diabete e ai ricoveri – sottolinea Claudio Jommi, Professore Ordinario di Economia Aziendale, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università degli Studi del Piemonte Orientale. – Dati recenti più specifici sui costi sanitari, derivanti dai database amministrativi e illustrati nel Rapporto 2024 degli Stati Generali sul Diabete, evidenziano che solo l’8,8% dei costi è da attribuire ai farmaci per il diabete, il 30,6% ad altri farmaci per la gestione delle complicanze e il 40,7% alle prestazioni di ricovero, anch’essi associati a complicanze. Lo stesso Rapporto stima in 2.800 euro il costo medio di un paziente diabetico a carico del SSN. Non vengono riportate nello stesso Rapporto stime regionali, ma se questo dato fosse applicato alla prevalenza dei pazienti diabetici in regione Lazio, il peso economico del diabete supererebbe in tale Regione gli 1,1 miliardi di euro, pari al 9% circa della spesa sanitaria pubblica regionale».

A conclusione dei lavori di questa terza tappa del progetto promosso da FIASO sul diabete di tipo 2 e la readiness del SSN, è stato elaborato e presentato un documento di policy regionale. Il Lazio si colloca in una ‘fase di readiness intermedia’, che rende necessario consolidare ciò che già esiste e verificarne l’applicazione: responsabilità definite nelle diverse fasi della presa in cura, capacità dei team, scambio informativo e risultati osservabili lungo l’intero percorso dovrebbero rappresentare i criteri per valutare l’attuazione effettiva del modello programmato.

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