La Regione Veneto è capace di garantire un percorso per il diabete di tipo 2 omogeneo, equo e pronto a integrare l’innovazione? La rete sanitaria veneta per la presa in cura della persona con diabete di tipo 2 è radicata nel territorio da oltre cinquant’anni e può considerarsi per molti aspetti virtuosa e con competenze professionali e alcune best practice, come esperienze locali di successo, cartella clinica informatizzata e sistemi informativi integrati, medicina di gruppo integrata (MGI) con apertura estesa, protocolli condivisi, audit clinici periodici. Il PDTA risale al 2015 con sporadiche revisioni (2018 e 2022) e andrebbe aggiornato, il personale è cronicamente carente, i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali vanno implementati effettivamente e in modo omogeneo, in particolare per quanto riguarda il monitoraggio periodico dei profili di rischio e l’adeguamento tempestivo delle terapie. In Veneto, la rete c’è, ma non è del tutto integrata e a sistema; non sempre è “pronta” a intercettare la malattia diabetica in tempo. I percorsi non sono uniformi, l’accesso ai centri diabetologici è discrezionale e a macchia di leopardo, mancano ambulatori plurispecialistici e il raccordo tra specialistica diabetologica e medici di medicina generale va rafforzato. Le tecnologie digitali sono sottoutilizzate rispetto alle potenzialità che potrebbero mettere a disposizione del sistema.
Uno snodo critico è la continuità assistenziale, che mostraampi i margini di miglioramento, a partire dal PDTA, che va trasformato da documento programmatorio in percorso realmente applicato, uniforme e misurabile in tutte le ULSS venete.
Queste alcune delle evidenze emerse dai risultati contenuti nella Survey regionale, integrate dalle riflessioni sviluppate negli interventi dei principali attori del sistema sanitario veneto nel corso dell’evento La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2, promosso da FIASO – Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care, che si è tenuto a Verona questa mattina.
Il diabete di tipo 2 è una delle maggiori sfide sanitarie ed economiche per i sistemi sanitari di tutto il mondo. Nonostante l’ingresso di modelli organizzativi strutturati come i PDTA, nuove molecole in grado di proteggere cuore, rene e fegato, bersagli della malattia diabetica, e avanzate tecnologie digitali, una quota significativa di pazienti non raggiunge il controllo glicemico raccomandato. Molteplici le cause: dai ritardi diagnostici a un’insufficiente integrazione ospedale-territorio, da interventi terapeutici più intensivi ritardati ad un accesso disomogeneo ai percorsi e all’innovazione. Criticità sistemiche che interessano diversi sistemi sanitari regionali italiani, riducendo di fatto la capacità del Servizio Sanitario di gestire in maniera appropriata e tempestiva la cronicità diabetica.
È in questo contesto che FIASO ha voluto promuovere il progetto “La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2”, che si articola in cinque tappe regionali (la prima ha toccato la Puglia, la seconda l’Emilia-Romagna, la terza il Lazio, quella odierna ha raggiunto il Veneto, e da ultima la Toscana) che vedono il coinvolgimento di rappresentanti della comunità scientifica e professionale, Associazioni dei pazienti, decisori regionali e direzioni delle aziende sanitarie. Il percorso si concluderà con una Giornata nazionale di sintesi, a Roma, il 3 dicembre 2026 presso il Ministero della Salute.
«Di fronte ai numeri del diabete – spiega Giuseppe Quintavalle, Presidente FIASO e Direttore generale della ASL Roma 1 –, la domanda che dobbiamo porci come manager della sanità italiana è “come possiamo far funzionare meglio il sistema che si prende cura delle persone che si misurano con questa cronicità”. Noi siamo convinti che strumenti come i PDTA siano particolarmente utili, perché ci consentono di garantire l’attenzione più adeguata a tutte le fasi del percorso di presa in cura, a cominciare dalla prevenzione. Assicurano, inoltre, le risposte più corrette in termini di appropriatezza di ciò che mettiamo a disposizione dei cittadini e ci permettono di intervenire, per tempo, sulla aderenza, tanto diagnostica che terapeutica. E poi siamo in una fase nuova della vita del SSN, con le nuove Case della comunità, che potrebbero giocare un ruolo rilevante per questa come per altre cronicità, e con la disponibilità crescente di strumenti digitali e di telemedicina, che aprono spazi enormi alle possibilità del sistema di essere più efficace in termini di medicina di iniziativa, continuità e prossimità, grazie anche alla integrazione dei monitoraggi da remoto. Il progetto su diabete di tipo 2 e readiness del SSN – prosegue Quintavalle – nasce da tutte queste considerazioni: vogliamo costruire, insieme alle reti regionali di FIASO, ai principali stakeholder e alla intera comunità diabetologica un framework di analisi e di governance che misuri la reale capacità — la readiness, appunto — del sistema di applicare percorsi di presa in cura di qualità, equi e sostenibili e faccia emergere le tante buone pratiche esistenti. L’obiettivo finale è tradurre tutto questo in indicazioni operative, immediatamente utilizzabili da aziende sanitarie e decisori, ai diversi livelli, guardando alle specificità del Diabete di tipo 2, ma anche ai suoi aspetti paradigmatici, che potrebbero consegnarci, questa è la nostra ambizione, un modello di intervento valido anche per altre cronicità.»
In Veneto, l’assistenza alle persone con diabete è garantita da un modello integrato tra servizi di specialistica diabetologica e medicina generale territoriale. La presa in carico è modulata a seconda della complessità clinica. Le persone con un buon controllo glicemico, stabili e senza complicanze sono seguite dal medico di medicina generale, mentre le persone con controllo metabolico non a target, complicanze, vulnerabilità, terapie complesse o elevato rischio cardiovascolare e renale, vengono seguite dai diabetologi. Il sistema veneto è molto orientato alla prevenzione, all’integrazione tra diabetologi, medici di medicina generale, podologi, infermieri e altre figure professionali come il cardiologo, il nefrologo, il neurologo, ma sarebbe necessario disporre di un “cruscotto” regionale, in particolare riguardo ad appropriatezza, esiti e risultati, in maniera da contribuire alla loro misurabilità.
L’epidemiologia del diabete, in particolare quello di tipo 2, non è facile da definire. Patologia cronica, a insorgenza subdola e sovente “a gradini”, comporta spesso una diagnosi tardiva, tant’è che in Italia si stima che circa un milione e mezzo di persone siano affette da diabete, ma non ne siano a conoscenza (Documento degli Stati generali sul Diabete 2024). Il ritardo diagnostico aggrava le complicanze, peggiora la qualità della vita e aumenta i costi sanitari. Per questi motivi, la prevenzione è essenziale, e per prevenire in maniera efficace bisogna essere in grado di individuare i pazienti a maggior rischio (stratificazione del rischio) e focalizzarsi su queste fasce di popolazione.
Negli ultimi anni è in atto un acceso dibattito della comunità scientifica e medica sulla necessità di un cambio di paradigma nella cura del diabete di tipo 2, che sposti l’attenzione dall’acuzie alla prevenzione e alla diagnosi precoce, con un utilizzo anticipato nella sequenza terapeutica dei farmaci di ultima generazione. Il Congresso EASD 2026, svoltosi di recente a Milano, si è concluso con le nuove indicazioni del consensus ADA/EASD per la gestione del diabete di tipo 2, che raccomandano di anticipare l’utilizzo di incretine già al momento della diagnosi e di utilizzare gli analoghi del GLP-1 e i doppi agonisti, che diventano parte centrale del trattamento farmacologico, combinati alle opzioni di prima linea, con l’obiettivo di raggiungere una maggiore efficacia sul piano metabolico e della protezione di cuore, reni e fegato, organi bersaglio della malattia diabetica.
«Il cambio di paradigma nasce dal fatto che oggi nel diabete di tipo 2 non dobbiamo più limitarci a controllare la glicemia o ad attendere la comparsa delle complicanze. Da alcuni anni sono disponibili terapie che possono modificare precocemente la traiettoria della malattia, ridurre il rischio cardiovascolare e renale e, in una quota di persone, favorire anche la remissione del diabete – dichiara Gian Paolo Fadini, Professore Ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Padova, Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM), Fondazione Biomedica per la Ricerca Avanzata, Padova. – Questo è un concetto importante perché sposta l’obiettivo dalla semplice correzione di un parametro alla prevenzione della progressione di malattia. I nostri studi di real world evidence hanno mostrato, anche utilizzando dati raccolti in Veneto, che una perdita di peso precoce dopo la diagnosi si associa alla remissione e a una traiettoria metabolica più favorevole nel lungo periodo, e che la remissione può essere osservata anche dopo l’avvio di agonisti recettoriali del GLP-1. Le Linee guida si sono mosse chiaramente in questa direzione, privilegiando sempre più una scelta terapeutica guidata dal rischio complessivo della persona e dagli effetti sugli esiti clinici, non soltanto dall’emoglobina glicata (HbA1c). In Italia rimane però uno scollamento tra questo nuovo orientamento e alcuni vincoli regolatori e prescrittivi, in particolare, tra le Linee guida SID-AMD e la Nota 100. Nel Veneto, l’accesso all’innovazione è generalmente rapido, ma la Regione è anche tradizionalmente molto attenta al governo della spesa farmaceutica, con interventi che possono essere particolarmente stringenti per i prescrittori. La questione, quindi, non è scegliere tra innovazione e sostenibilità, ma è misurare quanto il sistema sia realmente capace di garantire accesso appropriato e tempestivo, evitando sia l’inerzia terapeutica sia un uso non selettivo delle nuove terapie».
«La popolazione in Veneto ammonta a 4.857.960 residenti secondo i dati aggiornati a inizio 2026 e il quadro regionale rispetto al diabete non si discosta molto da quello nazionale. Si stima ci sia un 7% di persone con diagnosi di diabete mellito, quindi circa 300.000-350.000 pazienti, il 90% diabetici di tipo 2. Le nuove diagnosi di diabete totale sono nell’ordine del 7 per mille della popolazione, questo significa che ogni anno ci sono circa 35.000 nuove diagnosi di diabete mellito nel Veneto – spiega Riccardo Bonadonna, Professore Ordinario di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo dell’Università degli Studi di Verona e Presidente eletto SID nazionale. – Questo è il flusso d’ingresso; il flusso in uscita è sottostimato, ma si può valutare che dai 35.000 ai 40.000 veneti per anno muoiano per diabete, o meglio per eventi collegati alla malattia diabetica, come infarto, ictus, scompenso cardiaco e altri eventi. Se consideriamo le cause di morte, la prima è rappresentata dalle malattie cardiovascolari, che possono giustificare fino al 50% di tutti i decessi; e sono in crescita le malattie oncologiche e polmonari collegate strettamente alla presenza di diabete. Riguardo alle differenze di genere, esiste una sorta di precessione temporale, cioè i maschi hanno un’età media di insorgenza del diabete di tipo 2 più precoce rispetto alle donne. Nelle donne il diabete di tipo 2 compare più tardi e sopravvivono più a lungo; quindi, tanto più ci si sposta nell’età avanzata tanto più troviamo un numero maggiore di donne con diabete di tipo 2. La mortalità tende a scendere e ha registrato sicuramente un miglioramento nelle persone con diabete negli ultimi 30 anni, ma poiché è diminuita anche nella popolazione non diabetica, rimane un eccesso di rischio residuo legato al diabete. La persona con diabete presenta un aumento del rischio di morte del 40-45% più alto rispetto alle persone che non hanno diabete. L’ambizione è riuscire a portare la persona con diabete ad avere la stessa speranza di vita dei non diabetici. Quindi, c’è ancora un margine di miglioramento, anche se il trend è decisamente confortante grazie a cure e conoscenze migliori e a una migliore organizzazione dell’assistenza. Siamo curiosi di vedere cosa accadrà nei prossimi 10-15 anni con l’avvento di farmaci nuovi che impattano proprio sul rischio di mortalità della persona con diabete di tipo 2».
I dati del Veneto sull’andamento delle complicanze, anche se bisognosi di ulteriori integrazioni, permettono di delineare il quadro complessivo. Per la retinopatia diabetica, ad esempio, lo screening, che nella stragrande maggioranza dei pazienti dovrebbe avere cadenza biennale, è insufficiente, e richiederebbe l’impiego di maggiori risorse e di sistemi innovativi, anche basati sull’uso dell’intelligenza artificiale. Per le complicanze cardiovascolari, si osserva una riduzione degli eventi e un miglioramento della sopravvivenza. Il rischio di nefrodialisi, invece, non mostra ancora la flessione sperata. Rimane costante, se non in crescita, il rischio per alcune neoplasie maligne e per le malattie polmonari. Un altro capitolo importante è la steatoepatopatia dismetabolica (MASLD, Metabolic Dysfunction-Associated Steatotic Liver Disease – Malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica), presente in oltre il 60% delle persone con diabete di tipo 2, che comporta una possibile progressione a epatite, cirrosi e carcinoma epatico. Infine, il piede diabetico continua a essere un problema grave, anche perché il miglioramento della speranza di vita della persona con diabete ha la conseguenza paradossale di esporre a un maggiore rischio di sviluppare questa complicanza devastante. La sua distribuzione epidemiologica nel Veneto è a macchia di leopardo. Anche per il piede diabetico sono fondamentali screening precoce e cure altamente specialistiche.
La Survey regionale presentata questa mattina è il quarto tassello di un percorso più ampio, che punta a identificare gap, vulnerabilità, capacità di integrare l’innovazione, livello di raccordo tra setting assistenziali, modelli organizzativi replicabili, bisogni di ottimizzazione dei percorsi e criteri preliminari di readiness nelle cinque Regioni prese in considerazione. A questo scopo è stato adottato un approccio multi-stakeholder, che ha coinvolto gli specialisti, le Società scientifiche, le Associazioni dei pazienti, i medici di medicina generale, le professioni sanitarie e il management delle direzioni sanitarie. Otto i domini interessati dall’analisi: governance/PDTA, integrazione ospedale-territorio, innovazione terapeutica, accessibilità/equità, digitalizzazione, monitoraggio degli esiti, professionalità e patient engagement.
I dati emersi dal Report sulla readiness del Veneto nella gestione del diabete di tipo 2 restituiscono il quadro di un sistema con solide competenze diabetologiche, un PDTA regionale formalizzato ed esperienze consolidate di gestione integrata tra medicina generale e specialistica. L’analisi delle interviste disponibili, che comprendono un unico contributo congiunto di due Associazioni di pazienti, evidenzia una readiness complessivamente “intermedia”: le basi programmatorie e cliniche sono presenti, mentre va rafforzata la capacità di tradurle in una presa in carico continua e accessibile nei diversi contesti territoriali.
Il risultato principale dell’analisi è l’individuazione della continuità assistenziale come snodo prioritario. Il riaffidamento del paziente stabile alla medicina generale necessita di essere accompagnato da un piano condiviso, controlli programmati, richiamo attivo e possibilità di riaccesso tempestivo alla diabetologia. Le criticità riguardano soprattutto il raccordo operativo tra territorio e specialistica. Le testimonianze descrivono sia difficoltà nel riaffidamento dei pazienti stabili sia situazioni di perdita del follow-up. Il giudizio rimane qualitativo e preliminare, aggiornabile con le interviste mancanti e con la validazione prevista dal progetto. Infine, servono indicatori condivisi per valutare accesso, continuità, esiti clinici ed esperienza del paziente, insieme a una partecipazione stabile delle Associazioni alla progettazione e alla verifica dei servizi.
Tra i punti di forza emergono la professionalità della rete diabetologica, la cornice regionale riguardo alla gestione integrata e le esperienze delle Medicine di Gruppo Integrate (MGI), descritte come una risorsa per organizzare accessi, controlli e richiamo dei pazienti. Vengono riferiti, inoltre, contesti specialistici multiprofessionali, strumenti informativi e disponibilità di innovazioni terapeutiche e tecnologiche.
«Il Veneto dispone di competenze ed esperienze importanti nella gestione del diabete di tipo 2 – sottolinea Angela Ianaro, Osservatorio Innovazione Motore Sanità, Professoressa Ordinaria di Farmacologia, Università degli Studi di Napoli Federico II. – La priorità è consolidare la continuità tra territorio e specialistica, sostenendola con personale, informazioni condivise e partecipazione dei pazienti, affinché il percorso sia concretamente accessibile anche alle persone più fragili».
L’innovazione terapeutica spinge la spesa farmaceutica a nuovi record, trainata dalle classi innovative di antidiabetici, il cui utilizzo, più costoso all’inizio, genera tuttavia un incremento di efficacia e una riduzione dei costi associati a complicanze, anche se a fronte di un maggior costo del trattamento non compensato dai costi evitati.
«Le ultime evidenze sul costo sociale del diabete di tipo 2 risalgono al 2016 e ci dicono che tale costo è pari a poco più di 20 miliardi di euro in Italia. Il 46% dei costi è a carico del sistema sanitario e il 54% sono costi diretti non sanitari e costi collegati alla perdita di produttività dei pazienti. Lo stesso studio evidenzia come il 10% dei costi sociali sia associato alla gestione della malattia metabolica e ben il 90% alle complicanze del diabete e ai ricoveri – sottolinea Claudio Jommi, Professore ordinario di Economia Aziendale, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università degli Studi del Piemonte Orientale. – Dati recenti più specifici sui costi sanitari, derivanti dai database amministrativi e illustrati nel Rapporto 2024 degli Stati Generali sul Diabete, evidenziano che solo l’8,8% dei costi è da attribuire ai farmaci per il diabete, il 30,6% ad altri farmaci per la gestione delle complicanze e il 40,7% alle prestazioni di ricovero, anch’esse associate a complicanze. Lo stesso Rapporto stima in 2.800 euro il costo medio di un paziente diabetico a carico del SSN. Non vengono riportate nello stesso Rapporto stime regionali, ma se questo dato fosse applicato alla prevalenza dei pazienti diabetici in regione Veneto, il peso economico del diabete supererebbe in tale Regione i 770 milioni di euro, pari al 7% circa della spesa sanitaria pubblica regionale».
A conclusione dei lavori di questa quarta tappa del progetto promosso da FIASO sul diabete di tipo 2 e la readiness del SSN, è stato elaborato e presentato un documento di policy regionale. Il Veneto si colloca in una ”fase di readiness ‘intermedia’”, che rende necessario consolidare il quadro esistente e verificarne l’applicazione: aggiornare il PDTA regionale e introdurre standard regionali misurabili, implementare percorsi aziendali coerenti, garantire team e risorse adeguati, assicurare presa in carico integrata e con continuità dei pazienti, strutturare la gestione territoriale della medicina generale e la condivisione della presa in carico con i servizi di diabetologia.
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