Diabete di tipo 2, come risponde la sanità: a Firenze si conclude il percorso Fiaso di presentazione delle survey regionali

La regione Toscana è capace di garantire un percorso per il diabete di tipo 2 omogeneo, equo e pronto a integrare l’innovazione?

Il sistema sanitario regionale toscano risponde ai bisogni delle persone con diabete di tipo 2 in maniera pronta ed efficace, ma ancora non completamente efficiente. È ben codificato e storicamente documentabile il PDTA regionale, che poggia le basi sul modello integrato tra ospedale e territorio, e può contare su una rete assistenziale capillarmente diffusa, seppure con vulnerabilità territoriali, e una presa in carico organizzata su tre livelli di complessità e per intensità di cura. La persona al centro e la multiprofessionalità a vari livelli ne fanno un sistema capace di intervenire lungo tutto il percorso. Presenti ambiti di eccellenza, come l’assistenza al piede diabetico, e un orientamento all’innovazione che mostra elementi concreti: accesso a terapie con obiettivi cardio-nefro-metabolici, acquisizione di dispositivi per il monitoraggio continuo della glicemia ed esperienze territoriali di telemedicina e telemonitoraggio, ancorché non ancora completamente sviluppate sui diversi territori, così come l’interoperabilità dei dati, non ancora del tutto utilizzati ordinariamente in ambito clinico. Il sistema funziona, non mancano dati di processo, esiti e performance, e gli audit clinici periodici che consentono ai clinici e al management  di verificare la reale efficacia delle diverse fasi del percorso di presa in cura.

L’impianto della specialistica è solido, le Case di comunità in sviluppo, con una possibile offerta di opportunità in termini di screening delle complicanze, consulto ed educazione. La sfida è implementare il raccordo tra specialistica e medicina generale e rendere i percorsi con i diversi passaggi più semplici e fluidi. Lo scenario è articolato e in evoluzione, e aperto al superamento della distanza che persiste fra organizzazione dell’impianto e percorso vissuto, alla riduzione degli ostacoli nelle aree più interne, al rafforzamento della formazione, al maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e delle associazioni di pazienti.

Queste alcune delle evidenze emerse dai risultati della Survey regionale e integrate dalle riflessioni sviluppate dagli interventi dei principali attori del sistema sanitario toscano nel corso dell’evento La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2, promosso da FIASO – Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care, che si è tenuto a Firenze questa mattina.

Il diabete di tipo 2 è una delle maggiori sfide sanitarie ed economiche per i sistemi sanitari di tutto il mondo. Nonostante l’ingresso di modelli organizzativi strutturali come i PDTA, nuove molecole in grado di proteggere cuore, rene e fegato, bersagli della malattia diabetica, e avanzate tecnologie digitali, una quota significativa di pazienti non raggiunge il controllo glicemico raccomandato. Molteplici le cause: dai ritardi diagnostici a una insufficiente integrazione ospedale-territorio, da interventi terapeutici più intensivi ritardati ad un accesso disomogeneo ai percorsi e all’innovazione. Criticità sistemiche che interessano diversi sistemi sanitari regionali italiani, riducendo di fatto la capacità del Servizio Sanitario di gestire in maniera appropriata e tempestiva la cronicità diabetica.

È in questo contesto che FIASO ha voluto promuovere il progetto “La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2”, che si è articolato in cinque tappe regionali (la prima ha toccato la Puglia, a seguire l’Emilia-Romagna, il Lazio, il Veneto, e oggi la Toscana) che hanno visto il coinvolgimento della comunità scientifica e professionale, Associazioni dei pazienti, decisori regionali e direzioni delle aziende sanitarie. Il percorso si concluderà con una Giornata nazionale di sintesi, a Roma, il 3 dicembre 2026 presso il Ministero della salute.

«Di fronte ai numeri del diabete – spiega Giuseppe Quintavalle, Presidente FIASO e Direttore generale dell’ASL Roma 1 – la domanda che dobbiamo porci come manager della sanità italiana è “come possiamo far funzionare meglio il sistema che si prende cura delle persone che si misurano con questa cronicità”. Noi siamo convinti che strumenti come i PDTA siano particolarmente utili, perché ci consentono di garantire l’attenzione più adeguata a tutte le fasi del percorso di presa in cura, a cominciare dalla prevenzione. Assicurano, inoltre, le risposte più corrette in termini di appropriatezza di ciò che mettiamo a disposizione dei cittadini e ci permettono di intervenire, per tempo, sull’aderenza, tanto diagnostica che terapeutica. E poi siamo in una fase nuova della vita del SSN, con le nuove Case della comunità, che potrebbero giocare un ruolo rilevante per questa come per altre cronicità, e con la disponibilità crescente di strumenti digitali e di telemedicina, che aprono spazi enormi alle possibilità del sistema di essere più efficace in termini di medicina di iniziativa, continuità e prossimità, grazie anche all’integrazione dei monitoraggi da remoto. Il progetto su diabete di tipo 2 e readiness del SSN – prosegue Quintavalle – nasce da tutte queste considerazioni: vogliamo costruire, insieme alle reti regionali di FIASO, ai principali stakeholder e all’intera comunità diabetologica un framework di analisi e di governance che misuri la reale capacità — la readiness, appunto — del sistema di applicare percorsi di presa in cura di qualità, equi e sostenibili e faccia emergere le tante buone pratiche esistenti. L’obiettivo finale è tradurre tutto questo in indicazioni operative, immediatamente utilizzabili da aziende sanitarie e decisori, ai diversi livelli, guardando alle specificità del diabete di tipo 2, ma anche ai suoi aspetti paradigmatici, che potrebbero consegnarci, questa è la nostra ambizione, un modello di intervento valido anche per altre cronicità». 

In Toscana, l’assistenza alle persone con diabete è garantita da un modello integrato tra servizi di diabetologia e medicina del territorio. L’identificazione del rischio è affidata al medico di medicina generale, che indirizza il paziente al diabetologo per la diagnosi, l’inquadramento clinico, il piano terapeutico. La presa in carico è modulata secondo la complessità clinica. Le persone con buon controllo glicemico, stabili e senza complicanze sono seguite, dopo la prima visita diabetologica, dal medico di medicina generale; le persone con controllo metabolico non a target, fragilità, complicanze e terapie complesse o elevato rischio cardiovascolare e renale restano in cura nel Centro diabetologico.

L’epidemiologia del diabete, in particolare quello di tipo 2, non è facile da definire. Patologia cronica, a insorgenza subdola e sovente “a gradini”, comporta spesso una diagnosi tardiva, tant’è che in Italia si stima che circa un milione e mezzo di persone siano affette da diabete, ma non ne siano a conoscenza (Documento degli Stati Generali sul Diabete 2024). Il ritardo diagnostico aggrava le complicanze, peggiora la qualità della vita e aumenta i costi sanitari. Per questi motivi, la prevenzione è essenziale, e per prevenire in maniera efficace bisogna essere in grado di individuare i pazienti a maggior rischio (stratificazione del rischio) e focalizzarsi su questa popolazione.

«La Toscana conta 3.659.222 abitanti (ARS-Agenzia Regionale Sanitaria Toscana 1° gennaio 2026), e il dato della popolazione diabetica è più o meno in linea con la media nazionale: i diabetici noti e diagnosticati ammontano a circa 257.693, con una prevalenza attorno al 6% della popolazione, più del 90% dei quali rappresentati da diabetici di tipo 2 – dichiara Graziano Di Cianni, Coordinatore della Commissione permanente per le attività diabetologiche, Regione Toscana e Direttore Area della Cronicità dell’Azienda USL Toscana Nord-Ovest; Past President AMD.– La patologia si concentra prevalentemente tra la popolazione anziana, il 68% dei casi tra gli ultra 65enni, con diffusione maggiore nelle zone costiere rispetto alle aree centrali. Negli ultimi 15 anni si è registrato un trend in crescita della prevalenza, anche in ragione della diffusione dell’obesità e dell’invecchiamento della popolazione:, dopo i 70 anni, il 15-20% della popolazione presenta diabete. Gli uomini con diabete di tipo 2 superano di poco le donne, mentre la vera differenza di genere si osserva nell’accesso alle cure: le donne ricevono la diagnosi più tardi, fanno meno visite e controlli specialistici, con meno consumo di farmaci innovativi, anche se vivono più a lungo dei coetanei diabetici, ma con maggiori disabilità, probabilmente dovute a fattori di svantaggio economico e sociale. La distribuzione dei pazienti sul territorio regionale mostra la concentrazione maggiore (50%) nell’Azienda USL Toscana Centro, l’Azienda USL Toscana Nord-Ovest copre il 30%, il restante 20% è a carico dell’Azienda USL Toscana Sud-Est. La Toscana ha tassi di mortalità, ricoveri e complicanze inferiori rispetto alla media nazionale e una delle percentuali più basse di amputazione rispetto alle altre regioni italiane. Il tasso medio di mortalità per diabete si assesta al 2,53 per 10.000: 2,93 per i maschi, 2,12 per le femmine, contro la media nazionale di 3,69 per i maschi e 2,64 per le femmine. Il tasso di ospedalizzazione del diabete complicato è 19 per 100.000 abitanti, mentre il tasso medio nazionale è 30 per 100.000, quindi circa 700-800 ricoveri per anno in Toscana, con una riduzione del 25% (Fonte Ambrosetti-Agenas 2024); un dato favorevole riguarda anche il tasso di ospedalizzazione per diabete senza complicanze, che si è ridotto del 16%, e il tasso di ospedalizzazione con complicanze, che si è ridotto del 25% (Fonte Ambrosetti-Agenas 2024).  I decessi ammontano a circa 900 per anno. Il tasso di amputazione tocca la percentuale più bassa a livello nazionale, 0,4 per 1.000: 1.200 tra amputazioni maggiori e minori. Anche in Toscana la spesa farmacologica per il diabete di tipo 2 è aumentata significativamente a seguito dell’introduzione dei farmaci innovativi, ciononostante, la Regione si colloca al di sotto della media nazionale per consumo di farmaci antidiabetici».

La Survey regionale presentata stamattina è l’ultimo tassello di un percorso più ampio, con l’obiettivo di identificare gap, vulnerabilità, capacità di integrare l’innovazione, livello di raccordo tra setting assistenziali, modelli organizzativi replicabili, bisogni di ottimizzazione dei percorsi e criteri preliminari di readiness nelle cinque Regioni prese in considerazione. A questo scopo è stato adottato un approccio multi-stakeholder, che ha coinvolto gli specialisti, le Società scientifiche, le Associazioni dei pazienti, i medici di medicina generale, le professioni sanitarie e il management delle direzioni sanitarie. Otto i domini interessati dall’analisi: governance/PDTA, integrazione ospedale-territorio, innovazione terapeutica, accessibilità/equità, digitalizzazione, monitoraggio degli esiti, professionalità e patient engagement.

Dalle sette interviste realizzate, emerge una Toscana con basi programmatorie, cliniche e informative consolidate: un modello formalizzato di gestione integrata, una rete diabetologica e strumenti regionali di monitoraggio. La valutazione complessiva è di una readiness intermedia con basi consolidate, ossia una capacità significativa di gestire il diabete di tipo 2, che deve ancora tradursi in una continuità più uniforme nei diversi territori. Resta una distanza tra l’organizzazione prevista e il funzionamento quotidiano del percorso: raccordo tra medicina generale e specialistica, disponibilità dei team, educazione terapeutica e utilizzo dei dati richiedono di esser puntellati e ulteriormente sviluppati. È una valutazione qualitativa preliminare, utile a individuare priorità concrete, non una graduatoria.

I punti di forza individuati riguardano la cornice del PDTA, l’articolazione dell’assistenza secondo la complessità della persona e le competenze della rete specialistica. A questi si aggiungono il monitoraggio attraverso ARS e MeS e innovazioni concrete, come l’integrazione dei dati di alcuni sensori nel Fascicolo Sanitario elettronico. Esperienze locali come Proxy Diabete, in Garfagnana e Media Valle, mostrano inoltre il potenziale del collegamento tra prossimità, educazione e tecnologia. Le criticità riguardano soprattutto la fluidità dei passaggi tra MMG e diabetologia, il richiamo e il follow up, la continuità delle funzioni infermieristiche e nutrizionali e lo scambio delle informazioni cliniche. Nelle aree interne assumono rilievo anche distanza, spostamenti e difficoltà digitali.

Vanno potenziate: 1. l’integrazione operativa con criteri di invio applicabili, consulto specialistico, piano condiviso, controlli programmati e possibilità di riaccesso quando cambia il bisogno clinico; 2. la capacità dei team territoriali, garantendo maggiore continuità all’educazione terapeutica e alla nutrizione e valorizzando l’infermiere di famiglia e comunità. Le Case della comunità possono sostenere queste funzioni se dispongono di personale, competenze e collegamenti effettivi con medicina generale e diabetologia.

«La Toscana dispone di basi solide per la gestione del diabete di tipo 2 – commenta Angela Ianaro, Osservatorio Innovazione Motore Sanità, Professoressa Ordinaria di Farmacologia, Università degli Studi di Napoli Federico II – il passaggio decisivo è renderle una presa in carico continua e accessibile nei diversi territori, rafforzando il raccordo tra professionisti, l’educazione terapeutica e l’uso dei dati. La readiness si misura anche nella possibilità concreta della persona di attraversare il percorso senza interruzioni».

Negli ultimi anni è in atto un acceso dibattito della comunità scientifica e medica sulla necessità di un cambio di paradigma nell’approccio alla cura del diabete di tipo 2, che sposti l’asse di osservazione dall’acuzie alla prevenzione e alla diagnosi precoce, con un utilizzo anticipato nella sequenza terapeutica dei farmaci di ultima generazione. Il Congresso EASD 2026, svoltosi di recente a Milano, si è concluso con le nuove indicazioni del consensus ADA/EASD per la gestione del diabete di tipo 2, che raccomandano di anticipare l’utilizzo delle incretine già al momento della diagnosi e di utilizzare gli analoghi del GLP-1 e i doppi agonisti, che diventano parte centrale del trattamento farmacologico, combinati alle opzioni di prima linea, con l’obiettivo di raggiungere una maggiore efficacia sul piano metabolico e della protezione di cuore, reni e fegato, organi bersaglio della malattia diabetica.

«Oggi sappiamo che ciò che sottende il danno multiorgano prodotto dal diabete è un’infiammazione cronica in cui il glucosio funge da innesco su tutta una sequenza di cascate metaboliche che inducono aterosclerosi, che è il processo alla base dell’evoluzione delle complicanze correlate al diabete – spiega Cristiana Maria Baggiore, Direttrice della Struttura Operativa Complessa di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Azienda USL Toscana Centro -. L’attenzione si è spostata dal controllo della glicemia, che resta sotto osservazione, al controllo di tutti gli altri parametri: pressione arteriosa, lipidi e riduzione dell’infiammazione cronica dell’organismo. Da ciò nasce la necessità di offrire alla persona con diabete di tipo 2 un trattamento ottimale di tutti questi parametri, tant’è vero che le Linee guida internazionali 2026 pubblicate da ADA e NIH illustrano chiaramente le 4 colonne che supportano il trattamento ottimale: controllo degli stili di vita, della glicemia, della pressione arteriosa e del profilo lipidico. Ormai è ben chiaro a tutta la comunità medica del settore come sia fondamentale utilizzare strategie terapeutiche che siano efficaci in maniera ampia su tutti questi aspetti per ridurre il rischio residuo. Le Linee guida sottolineano in maniera forte la necessità di un cambio di paradigma anche nei comportamenti; non c’è farmaco che possa migliorare gli outcome della malattia se non si attuano stili di vita che permettano al farmaco di agire con efficacia e al meglio. Quindi, è necessaria una consapevolezza e una partecipazione attiva del paziente alla sua cura. Senza questa, non ci sarà la svolta. L’ingresso dei nuovi farmaci – chiosa Baggiore – impone alcune riflessioni su quanto viene raccomandato dalle Linee guida e quanto si fa realmente nella pratica clinica. La popolazione deve comprendere che questi farmaci potenti che agiscono sull’asse incretinico, e anche altri che magari hanno meno risonanza, ma sono molto utili in cardiologia e nefrologia, sono armi molto pesanti di grande potenza che vanno commisurate all’ostacolo che lo specialista deve abbattere, ma soprattutto che questi farmaci vanno utilizzati quando possono dare il meglio di sé».

Il diabete, paradigma della cronicità, è una malattia in crescita a livello globale sia dal punto di vista epidemiologico sia economico, con un incremento dei costi anche sul fronte farmaceutico.

L’innovazione terapeutica spinge la spesa farmaceutica a nuovi record, trainata dalle classi innovative di antidiabetici, il cui utilizzo, più costoso all’inizio, genera tuttavia un incremento di efficacia e una riduzione dei costi associati alle complicanze, anche se a fronte di una spesa maggiore per il  trattamento non compensata dai costi evitati.

«Le ultime evidenze sul costo sociale del diabete di tipo 2 risalgono al 2016 e ci dicono che tale costo è pari a poco più di 20 miliardi di euro in Italia. Il 46% dei costi è a carico del sistema sanitario e il 54% sono costi diretti non sanitari e costi collegati alla perdita di produttività dei pazienti. Lo stesso studio evidenzia come il 10% dei costi sociali sia associato alla gestione della malattia metabolica e ben il 90% alle complicanze del diabete e ai ricoveri – afferma Claudio Jommi, Professore ordinario di Economia Aziendale, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università degli Studi del Piemonte Orientale –. Dati più recenti specifici sui costi sanitari, derivanti dai database amministrativi e illustrati nel Rapporto 2024 sugli Stati Generali del Diabete, evidenziano che solo l’8,8% dei costi è da attribuire ai farmaci per il diabete, il 30,6% ad altri farmaci per la gestione delle complicanze e il 40,7% alle prestazioni di ricovero, anch’esse associate a complicanze. Lo stesso Rapporto stima in 2.800 euro il costo medio di un paziente diabetico a carico del SSN. Non vengono riportate nello stesso Rapporto stime regionali, ma se questo dato fosse applicato alla prevalenza dei pazienti diabetici in regione Toscana, il peso economico del diabete supererebbe in tale Regione i 570 milioni di euro, pari al 6,7% circa della spesa sanitaria pubblica regionale».

A conclusione dei lavori di questa ultima tappa del progetto promosso da FIASO sul diabete di tipo 2 e la readiness del SSN, è stato elaborato e presentato un documento di policy regionale, nel quale la Toscana si colloca in una fase di “readiness intermedia, con un sistema che dispone di cornice regionale, competenze cliniche solide, rete diabetologica, infrastrutture territoriali, capacità di innovazione terapeutica e sufficienti flussi informativi”. Il problema di policy non è costruire da zero un modello, ma aggiornare quello esistente e implementare l’organizzazione territoriale, il raccordo tra MMG e diabetologia, l’integrazione dell’innovazione tecnologica nei percorsi e nei diversi territori.

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